1 aprile 2026 * William De Biasi
Sono entrato da solo, senza sapere davvero cosa avrei trovato. Ci sono case abbandonate che conservano le tracce di una vita interrotta e altre che sembrano aver trattenuto qualcosa di più difficile da comprendere. Questa appartiene alla seconda categoria. Bastano pochi passi per accorgersi che qui gli oggetti non sono semplicemente rimasti al loro posto: hanno occupato ogni spazio disponibile, trasformando le stanze in un insieme fitto di immagini, mobili e cose di ogni genere.
I quadri sono ovunque. Appesi alle pareti, appoggiati sul pavimento, sovrapposti gli uni agli altri. Alcuni sono racchiusi in cornici importanti, altri in strutture più semplici. Ci sono persino ritagli di cartone inseriti dentro una cornice, come se anche un'immagine recuperata, privata del suo supporto originale, meritasse comunque di essere conservata ed esposta. Mi fermo a osservare questo particolare: non sembra più essere soltanto il valore di un'opera a determinarne l'importanza, ma il gesto stesso di raccoglierla e darle un posto.
Poi comincio a notare qualcosa che ritorna continuamente, stanza dopo stanza. Il nudo femminile. Dipinto, fotografato, scolpito, riprodotto in forme diverse, ma sempre presente. Non è un'immagine isolata tra tante, una scelta artistica che capita di incontrare durante l'esplorazione. È una presenza insistente, che accompagna lo sguardo quasi ovunque.
Ed è proprio davanti a questa ripetizione che mi nasce spontanea una domanda: quanto doveva essere preso da questo universo l'uomo che abitava qui? Quanto spazio occupava nella sua vita, se aveva sentito il bisogno di circondarsene in maniera così pervasiva?
Non conosco la sua storia e non posso sapere che cosa lo abbia spinto a raccogliere tutte queste immagini. Non voglio inventare una spiegazione, né trasformare ciò che vedo in una diagnosi. Posso soltanto osservare e provare a capire quale sensazione mi trasmetta questo luogo. E più avanzo, più mi accorgo che non è soltanto la quantità dei nudi a colpirmi, ma il modo in cui sembrano moltiplicarsi, come se una sola immagine non fosse mai sufficiente.
In mezzo ai quadri e alle statue trovo anche vecchie bobine di film pornografici. Oggetti appartenenti a un'altra epoca, quando le immagini in movimento avevano bisogno di una pellicola, di un apparecchio e di uno spazio fisico in cui essere conservate. Le osservo pensando a quante volte possano essere state guardate, a quanto tempo abbiano trascorso in quella casa. Non posso saperlo, naturalmente. Eppure, insieme alle figure dipinte e scolpite, contribuiscono a rendere ancora più evidente quanto questo tema fosse presente tra le cose raccolte.
Mi chiedo dove finisca una passione e dove cominci qualcosa di diverso. Un quadro può piacere, una fotografia può attirare il nostro sguardo, una collezione può diventare una parte importante della nostra vita. Ma quando lo stesso soggetto ritorna in ogni stanza, quando sembra impossibile sottrarsi alla sua presenza, viene spontaneo domandarsi se quel desiderio abbia ancora un limite. Non significa necessariamente che ci sia qualcosa di patologico: significa, più semplicemente, che la quantità e la ripetizione mi spingono a interrogarmi sul rapporto tra ciò che desideriamo e lo spazio che siamo disposti a concedergli.
Ma questa casa non è fatta soltanto di nudi. Accanto alle immagini ci sono libri, statue, souvenir, piccoli oggetti, bambole e cose comuni. Un accumulo eterogeneo, nel quale elementi di valore e oggetti apparentemente insignificanti convivono senza che sia facile distinguere un criterio preciso. E allora la riflessione si allarga: non riguarda più soltanto il desiderio, ma il bisogno di conservare.
Forse tutto comincia in modo semplice. Un oggetto ci piace, un'immagine ci colpisce, qualcosa ci ricorda un momento o suscita in noi una sensazione che vogliamo trattenere. Lo portiamo a casa e gli troviamo un posto. Poi ne arriva un altro. All'inizio c'è spazio per tutto: una parete libera, un ripiano vuoto, un angolo che sembra fatto apposta per accogliere qualcosa. Con il tempo, però, gli spazi diminuiscono e le cose continuano ad aggiungersi. Una cornice trova posto sopra un'altra, un mobile diventa una superficie da riempire, un oggetto viene sistemato dove rimane ancora qualche centimetro libero.
A un certo punto, la quantità sembra prevalere sui singoli elementi. Non è più facile soffermarsi su un quadro senza essere distratti da quello accanto, né osservare una statua senza scorgere altri oggetti intorno. Ogni cosa sembra chiedere attenzione, ma la loro presenza simultanea finisce quasi per cancellare l'importanza individuale di ciascuna.
È qui che mi torna in mente un pensiero: a volte una casa non basta più a contenere tutto ciò che ci portiamo dentro.
Non so se sia accaduto proprio questo al proprietario. Non conosco le ragioni delle sue scelte e non posso sapere quale significato attribuisse a ogni oggetto. Forse erano passioni coltivate nel corso degli anni, forse ogni elemento aveva una storia personale, oppure molte cose si erano semplicemente aggiunte alle precedenti, fino a diventare parte di un insieme sempre più grande. Sono possibilità, non risposte.
Mi colpisce, però, il fatto che una casa possa finire per raccontare qualcosa di chi l'ha abitata proprio attraverso ciò che non è stato lasciato andare. Gli oggetti resistono al tempo: si impolverano, si rovinano, perdono colore, ma restano. Continuano a occupare lo stesso spazio anche quando le persone che li hanno scelti non ci sono più. E in questo luogo la loro presenza è talmente forte da rendere difficile immaginare le stanze prima che venissero riempite.
Mentre proseguo l'esplorazione, penso a quanto sia sottile il confine tra conservare e accumulare, tra il piacere di possedere qualcosa e il bisogno di continuare ad aggiungerne ancora. Non vale soltanto per i quadri o per gli oggetti di questa casa. Tutti, in modi diversi, scegliamo che cosa trattenere della nostra vita. La differenza sta forse nel momento in cui smettiamo di domandarci perché lo stiamo facendo.
Non voglio trasformare questo luogo in una metafora perfetta, né sostenere che ogni collezione nasconda un vuoto da riempire. Sarebbe una conclusione troppo semplice per una storia di cui conosco soltanto i resti. Mi interessa piuttosto il dubbio che mi accompagna mentre guardo quelle pareti: quando una cosa ci piace, siamo noi a decidere quanto spazio darle. Ma può arrivare un momento in cui quello spazio diventa sempre più grande, fino a lasciare poco posto a tutto il resto?
Quando esco, non ho trovato una spiegazione. Ho soltanto attraversato una casa piena di immagini, oggetti e tracce di una vita che non conosco. Mi porto via le fotografie e la sensazione di aver incontrato qualcosa che va oltre la semplice quantità delle cose.
Restano i nudi, le cornici, le statue, le vecchie bobine. Restano le domande su un uomo di cui non so nulla, se non ciò che ha lasciato dietro di sé. E resta soprattutto il pensiero che mi ha accompagnato durante l'esplorazione: forse non è difficile riempire una casa, ma capire quando si è raggiunto il limite.
Perché quanto spazio può occupare un desiderio prima che non rimanga più posto per nient'altro?
Non ho una risposta. E forse è proprio questo il motivo per cui, anche dopo aver lasciato quella casa, continuo a pensarci.
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