31 gennaio 2026 * William De Biasi
Il rumore dell’acqua che non c’è più, non è il silenzio la prima cosa che sento.
È qualcosa di più sottile, un’assenza che ha preso il posto di un rumore.
L’acqua.
Lo capisco appena entro, anche se non vedo ancora nulla. Il corpo se ne accorge prima della mente: questo è un posto nato per il movimento, per gli schizzi, per le voci che rimbalzano sulle piastrelle. E invece adesso c’è solo un’aria ferma, pesante, che sembra trattenere il respiro.
Faccio un passo, il pavimento risponde con un suono sordo, umido, non è un’eco piena, non è quello delle piscine vive. È un rumore che si spegne subito, come se il posto non avesse più voglia di restituire niente.
Alzo lo sguardo.
Gli scivoli sono lì, davanti a me, tre corsie rosse, scolorite, affiancate come dita tese verso una piscina che non esiste più. Ai lati, il tubo chiuso, nero, una bocca spalancata che non inghiotte più nessuno. Sopra, la struttura metallica è spoglia, nuda, come uno scheletro lasciato all’aria.
Sotto, l’acqua.
Ma non è acqua. È una superficie scura, immobile, così ferma da sembrare uno specchio malato. Riflette tutto, ma senza vita. Non c’è increspatura, non c’è vento, non c’è niente che la tocchi.
Resto fermo qualche secondo.
Cerco di immaginare il rumore che faceva questo posto. Bambini che urlavano, acqua che scivolava veloce, piedi che correvano sul cemento bagnato. Ma non riesco a sentirlo davvero. È come se fosse troppo lontano, come un ricordo che non è mai stato mio.
Entro.
Dentro è peggio. La palestra mi accoglie con una luce fredda, tagliata dalle finestre alte. Le pareti sono scure, lo specchio lungo riflette una stanza vuota che sembra più grande di quanto sia davvero.
A terra ci sono palloni.
Uno, due, tre. Sparsi. Fermi. Come se qualcuno li avesse lasciati cadere un attimo prima di uscire, come se dovessero ancora rotolare.
Ma non si muovono.
Cammino lentamente, sotto le scarpe sento la polvere, piccoli frammenti, qualcosa che scricchiola. Il pavimento è coperto di disegni. Gessetti, linee, parole, cuori, scritte, simboli senza ordine.
“TI VOGLIO BENE”
“SONO STATI QUI”
Segni lasciati da qualcuno che probabilmente non pensava sarebbero rimasti lì così a lungo.
Mi fermo davanti allo specchio, per un attimo non guardo me stesso, guardo la stanza riflessa. È vuota due volte, e quella versione sembra ancora più distante, come se fosse già un ricordo.
C’è qualcosa che non torna.
Non è un abbandono pulito, non è stato svuotato, sistemato, chiuso con calma. Qui la vita è stata interrotta. Spezzata.
Continuo.
La piscina interna è il cuore o meglio, lo era. La vedo all’improvviso, oltre una soglia, e il colpo è immediato.
È vuota, non solo senza acqua, vuota davvero.
Le corsie sono ancora lì, tese lungo il fondo come corde abbandonate. Sedie, oggetti, pezzi di plastica, cartelli… tutto buttato dentro, come se la vasca fosse diventata una discarica di ciò che non serviva più.
Scendo di qualche passo.
Il suono cambia. Qui dentro è più ampio, ma non più vivo. È un’ eco che arriva e muore subito, come un respiro corto.
Guardo le finestre.
Ci sono manifesti, atleti, eventi, sorrisi congelati; promesse di qualcosa che funzionava, che attirava persone, che riempiva questo spazio. Invece adesso…
Adesso è solo luce che entra e illumina il vuoto.
Chiudo gli occhi per un attimo.
Provo a sentire l’acqua, il tuffo, il rumore pieno, il movimento delle corsie ma niente: il cervello prova a ricostruire, ma il posto non aiuta. È come se avesse deciso di cancellare tutto.
Quando riapro gli occhi, mi accorgo di un dettaglio.
Una maschera.
È appesa a una parete, poco distante. Mi avvicino.
È una maschera da scherma. Blu. Pulita. Quasi fuori posto in mezzo a tutto questo degrado. Sopra, un paio di orecchie da coniglio rosse.
Resto immobile.
Non capisco subito. Poi arriva quella sensazione strana, quella che ti prende quando qualcosa è troppo umano per essere lì.
Qualcuno l’ha lasciata, non è caduta, non è stata buttata è stata appesa, sistemata.
Le orecchie la rendono quasi ridicola, ma è proprio questo il problema, perché sotto c’è disciplina, allenamento, concentrazione, sopra c’è gioco, leggerezza.
Due mondi insieme.
E poi il vuoto.
Mi viene in mente una persona, non un volto preciso, una presenza, qualcuno che si allenava qui che aveva una routine, che magari rideva, scherzava, si fermava un attimo prima di tornare a concentrarsi.
E poi un giorno…
Non è più tornato.
Mi allontano.
Non voglio restare troppo lì, c’è qualcosa di troppo intimo in quell’oggetto, come se stessi guardando qualcosa che non mi appartiene.
Ritorno verso la piscina, ma passo davanti a un’altra zona.
Due tunnel, gli sbocchi degli scivoli interni, due bocche tonde, azzurre, aperte verso una vasca che ora è solo una superficie sporca, macchiata, segnata dall’acqua stagnante.
Tra i due, un’insegna: un delfino sorridente.
“NUOTO CLUB”
Il disegno è ancora allegro. I colori resistono. Quel sorriso è intatto.
Ed è questo che fa più male, perché tutto intorno è morto.
Resto lì a guardarlo più del necessario, il contrasto è violento.
Quel delfino non sa. Continua a dire la stessa cosa: qui si ride, qui si nuota, qui si cresce, ma il posto non può più sostenerlo. È rimasto solo il messaggio, senza il mondo che lo rendeva vero.
Sento un rumore.
Mi giro di scatto.
Niente.
Solo qualcosa che cade, forse. O forse no. Forse è stato solo un assestamento, una vibrazione lontana, qualcosa che si muove dentro le pareti.
Ma per un attimo, giuro, mi è sembrato altro, mi è sembrato un tuffo.
Resto fermo. Ascolto.
Il silenzio torna subito, compatto, totale, come se avesse inghiottito anche quel suono.
Respiro piano.
Qui dentro i rumori non esistono davvero, sono solo ricordi che provano a riemergere ma non hanno più forza.
Mi avvicino al bordo della vasca.
Guardo giù.
Il fondo è sporco, segnato, consumato. Le corsie tracciano linee dritte, ordinate. Un ordine che non serve più a nulla.
Penso a quante persone sono passate qui.
Quanti corpi, quanti movimenti, quante storie. Tutto concentrato in questo spazio, tutto finito senza un vero finale.
E mi viene un pensiero.
Non è il tempo che distrugge questi posti…è l’assenza.
Il tempo consuma, sì, ma è l’assenza che svuota davvero, che trasforma il rumore in silenzio, il movimento in immobilità, la vita in qualcosa che sembra quasi non essere mai esistito.
Faccio un ultimo giro con lo sguardo.
Gli scivoli fuori, immobili.
La palestra, sospesa.
La piscina, svuotata.
La maschera, lasciata.
Il delfino, ancora sorridente.
Tutto è ancora qui.
Eppure non c’è più niente.
Esco.
Quando torno all’aria aperta, mi accorgo di una cosa che non avevo notato entrando.
Il mondo fuori fa rumore.
Macchine lontane, vento tra gli alberi, qualcosa che si muove davvero. Un suono continuo, imperfetto, vivo.
Mi fermo un attimo.
Guardo indietro.
E capisco.
Il problema è il silenzio di quel posto.
Che una volta… non c’era.
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